Di Maio a cena

Poteva essere la primavera del 2015. Ero con amici in una pizzeria al taglio in zona Pigneto, Roma. Accanto, a pochi passi, pochissimi passi, c’è un ristorante. Riconosco uno dei clienti al tavolo: il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. Cenava con una ragazza. All’epoca era in rampa di lancio ma non ancora dilagante come negli ultimi due anni. (Tra gli effetti indubbiamente deleteri del renzismo c’è che per contrastarlo i casaleggesi hanno lavorato sodo sui volti giovani da contrapporgli).

Bene noi eravamo alla pizzeria al taglio e ci s’avvicina un tale, uno di quei freak che girano per strada. Si qualifica come Er Pennetta, immagino per via di un caratteristico cappello con annessa penna da indiano. Diciamo che si trattava di un outsider. Vaga somiglianza con Leo Gullotta e timbro di voce, okay, piuttosto alto. Racconta un po’ di storie, noi lo stiamo a sentire, declama una poesia o qualcosa del genere. Una roba dialettale.

Ed ecco che irrompe sulla scena il Vicepres della Camera, ricordate, a pochi passi, al suo tavolo. Il ragazzo non gradisce il tono di voce del Pennetta, che ad ogni modo Non Stava Parlando Con Lui, e inizia ad inveirgli contro. “Non devi disturbare, vai via”, si alza persino, “non devi rompere le scatole”; quello, il Pennetta, non si fa certo impressionare, e gli dice di Non Rompere il Cazzo; mi inserisco solo per dire che si tratta del vicepresidente della Camera, lo dico ad alta voce, giustamente non lo aveva riconosciuto nessuno. Solo a quel punto il Vicepres, stizzito il giusto, torna a magnà. Devo dire che la sua ospite era piuttosto imbarazzata.

Ora, forse il Vicepres aveva quel giorno le scatole girate. Ma prima di tutto: non ha mostrato la sensibilità o il tatto di capire che il suo interlocutore era un freak, un mattacchione in cerca di compagnia (che, ribadisco, parlava con Noi e non con Lui). E poi il faccino, il visino contrito mentre gli diceva di starsene al posto suo: arrogante, sprezzante: nel raggio di quei metri l’unica persona che contava era lui. Quel Pennetta non doveva permettersi di infastidirlo. È una cosa che, non vorrei dire, fa molto Casta.

È precisamente per questo episodio che da allora non mi stupisco più di nessuna tra le numerose uscite del Vicepres: compresa l’ultima, davvero ignobile, e ancora una volta sprezzante, e di una completa assenza di sensibilità umana, a proposito dei “taxi” nel Mediterraneo. Al Vicepres dei poveracci importa meno di zero.

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What’s the frequency, Michael?

Da quando si sono sciolti i R.E.M., nel 2011, Michael Stipe si è di fatto eclissato. Artista da sempre curioso, autore di testi davvero raffinati, dotato di una vocalità unica, ha lasciato la musica nel modo migliore – impedendo alla straordinaria discografia della sua band di annacquarsi con uscite via via più prescindibili.

Il personaggio è imprevedibile. Dal 2011, in ordine sparso, avrebbe dovuto realizzare la colonna sonora del film “The cold Lands” del regista (e suo amico) Tom Gilroy, ma non se ne è fatto più niente. Ha partecipato alla première di Cinquanta sfumature di grigio, vestito Louis Vitton. Ha un account Instagram da cui traboccano foto che lo ritraggono con una grande e lunga barba grigiobianca. Scambia messaggini da “vecchio zione” con Frances Bean Cobain, di cui è padrino, e posta tutto il suo sostegno al senatore del Vermont Bernie Sanders nella corsa alla nomination democratica (nel 2004, del resto, si batteva per la candidatura di Howard Dean).

Ed ecco che torna a cantare. Nell’arco di pochi giorni ha interpretato due canzoni di David Bowie, la cui morte ha segnato l’inizio del 2016. Al David Bowie Tribute Concert alla Carnegie Hall ha cantato Ashes to Ashes, quindi al Tonight Show di Jimmy Fallon ha eseguito The Man Who Sold the World.

Penso che qualunque fan di Bowie nonché amante della musica in genere ami queste due canzoni. The Man Who Sold the World, poi, crea quello che definirei un vero cortocircuito emotivo. Incisa nell’omonimo disco quando il suo autore aveva 23 anni (!), con quel riff di chitarra sghembo e l’andatura vagamente scazzata anticipava in qualche modo una certa attitudine esplosa tra la fine degli ’80 e i primi ’90.

Appare quindi quasi naturale che Kurt Cobain la canti dagli studi newyorchesi della Sony per l’Unplugged dei Nirvana, atto finale della sua esistenza artistica. “This is a David Bowie song”, dice, o qualcosa del genere, non ricordo se prima o dopo averla cantata… be’, ognuno ha il diritto di ritenere i Nirvana sopravvalutati e la versione di Bowie superiore, ma certo l’interpretazione di Cobain non lascia indifferenti. Dai, non può lasciare indifferenti.

Torniamo a Michael Stipe. Accompagnato soltanto dal pianoforte, con l’ormai tradizionale barbone alla Jerry Garcia e il piercing al naso, afferra il microfono e, gli occhi socchiusi, inizia a cantare. “We passed upon the stair, we spoke of was and when“. Tutto sembra essere pronto per una di quelle esibizioni da brivido, da tramandare e così via. La scena si ripete alla Carnagie Hall. Stessa pianista, in più una seconda voce femminile, la canzone è Ashes to Ashes.

Il fatto è che improvvisamente mi rendo conto che c’è qualcosa che non mi convince. La voce di Stipe è ok, ovvio, più in The Man che in Ashes, ma tutta questa tensione emotiva sovraccaricata (Stipe torna dopo anni di silenzio, e canta David Bowie, morto da poco, e per di più canta una canzone famosissima anche per la cover dei Nirvana, e noi sappiamo che rapporto c’era tra Kurt Cobain e Michael Stipe, e le luci soffuse!) mi pare d’un tratto forzata, quasi a voler costringere ad emozionare. In Ashes to Ashes questo intento si traduce in un minimalismo talmente estremizzato che a tratti sembra d’udire farfugli e borbottii sommessi, anziché le parole della canzone. Un funerale triste, senza la solennità di certe canzoni dei Radiohead. Voglio dire: non è che è un interpretazione triste, è che è triste in un modo bruttino.

L’impressione generale di The Man Who Sold the World da Jimmy Fallon, in definiva, è stata simile a quella che mi prende quando mi capita di vedere un grande artista italiano del passato ospite a Che tempo che fa. Siamo sintonizzati per il grande evento, per l’emozione, tutto sembra pronto, l’annunciatrice, lo studio dove non si muove una foglia, gli auricolari e il trucco, tutto è pronto, azione!, restate sintonizzati per l’emozione a comando. Che poi non arriva.

Di corsa rimetto Let me in e sì, l’emozione di vent’anni fa è lì, ancora intatta.

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Sul PEN e Charlie Hebdo.

Come loro stessi hanno ammesso, “loro” sarebbero i dirigenti del PEN che hanno deciso di assegnare il Freedom of Espression Courage Award alla redazione di Charlie Hebdo: Ci rendiamo conto della complessità di questi problemi. Un gruppo di scrittori del club ha proclamato il proprio dissenso rispetto alla scelta del PEN. Altri scrittori e centinaia di commentatori hanno proclamato il loro dissenso rispetto al dissenso degli scrittori dissidenti. Materiale per le vignette, non c’è che dire.

Dico subito quello che penso: analizzando la questione con un briciolo di logica, riducendola ai minimi termini, è un dato di fatto che un premio intitolato “Freedom of Expression Courage Award” non possa NON andare alla redazione di un giornale decimata da un attacco terrorista, attacco maturato a causa della linea editoriale della rivista. Lo dico non avendo mai indossato spille o avatar del genere “Je Suis Charlie” (di operazioni di questo tipo non sopporto due cose: la logica pecoreccia e l’elevato tasso di semplificazione alla loro base), lo dico non avendo comprato neanche una copia del “Fatto” con allegato il primo numero di CH post-attentato; lo dico soprattutto perché il genere di satira praticato da CH Non Rientra Nei Miei Gusti. Ma ripeto: un premio del genere deve andare a un giornale che ha visto morire 12 suoi disegnatori/scrittori esclusivamente per via del proprio lavoro.

Eppure, fuori dall’equazione-base, esiste la complessità. Le complicazioni.

Gli scrittori che hanno espresso il loro dissenso si sono appellati proprio a questo: alla complessità. Nessuno di loro non ha espresso ferma condanna per la strage (è bene sottolinearlo perché i ragionamenti furiosi di certe vestali del libero pensiero dimenticano di dirlo). Quello che rivendicano, mi pare, ciascuno con motivazioni differenti, è il diritto a non apprezzare un giornale per la sua linea politico-artistica, e soprattutto il diritto a non doverlo premiare perché ha subito un attacco terrorista. Poniamo di trovare un giornale X addirittura rivoltante, e poniamo che un giorno questo giornale X subisca un attentato. La cosa ci scuote, proviamo dolore e sofferenza per chi è rimasto ucciso: perché sappiamo distinguere tra il fastidio che può innescare in noi un pezzo scritto o disegnato e la follia di eliminarne fisicamente gli autori. Per questo, manifesteremmo contro la violenza, con forza. Non per questo, però, saremmo obbligati a riconsiderare il nostro pensiero su quel giornale. Se non ci piaceva prima della strage, continuerà a non piacerci dopo.

Se ci fermiamo un attimo a riflettere, scrivendo su un foglio bianco le parole CHARLIE HEBDO, esiste uno spazio enorme tra i due bordi del foglio rappresentati dall’azione dei terroristi e dal premio del PEN. Il gruppo di scrittori si è inserito in quello spazio enorme, che si chiama complessità: personalmente, avrei sviluppato ragionamenti di questo genere in circostanze diverse dalla consegna di un premio sulla libertà d’espressione, ma l’accusa di “fascismo” rivolta ai sei è in malafede, senza senso, e non a caso arriva da chi applica al proprio pensiero una logica da stadio, da ultrà.

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Metodo. Un’intervista a Miguel Gotor

Dopo aver curato la pubblicazione delle «Lettere dalla prigionia» (Einaudi 2008) di Aldo Moro, con un saggio di accompagnamento veramente illuminante («Le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore»), Miguel Gotor si occupò del memoriale del presidente della Democrazia cristiana, scritto durante le settimane di prigionia brigatista («Il memoriale della Repubblica», Einaudi, 2011).

Se non ricordo male, in esergo al libro è riportato un meraviglioso brano di Giorgio Caproni, «Altro inserto» («Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente – con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte»).

Interessato da tempo al sequestro Moro, trovai in quei libri e nella scrittura di Gotor una rara combinazione di rigore e stile. Ottenni un’intervista per Il Mucchio, nell’estate del 2011. Fu una conversazione molto interessante, e piuttosto lunga. Da tempo volevo ripescarla; in questi giorni Gotor sta svolgendo una funzione politica centrale: penso che da queste sue parole emergano lo spirito e (ancora) il rigore che contraddistinguono la sua riflessione.

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Una dura battaglia è stata combattuta, nel corso degli anni, intorno alle decine di pagine del memoriale, giunte a noi in momenti diversi – dilazionate con cura, diciamo. Le forze in campo, che fossero in opposizione tra loro o talvolta unite da interessi convergenti, si sono rivelate da sempre attratte da quelle carte, come oscuri magneti umani preoccupati per quanto Moro aveva scritto. Nel suo lungo e documentato saggio, il Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi), Gotor traccia un discorso articolato, complesso, come è inevitabile per una tale ingarbugliata vicenda, un viaggio nel potere immune da oscillazioni dietrologiche – sempre bene precisarlo, trattandosi di una materia, quella del sequestro Moro, tuttora invasa da zone opache e nodi irrisolti.

Come si è avvicinato a questa vicenda visto che, come spiega la bandella del libro, lei si occupa prevalentemente di “santi, eretici e inquisitori”?
Ho iniziato a interessarmi a questi fatti anzitutto come cittadino. Ero adolescente e mi capitava, come mi sono reso conto soltanto dopo, di acquistare con un certo metodo i libri che raccontavano questa storia. Dunque, mi sono formato una conoscenza sull’argomento; in seguito, quando ho completato il mio percorso – laurea, dottorato di ricerca, borse di studio, momenti di precariato – , diventando ricercatore universitario, questo vecchio amore è ritornato e mi sono detto che sarebbe stato opportuno provare ad applicare quanto avevo imparato nei miei lavori di storico moderno anche a un argomento molto vicino e discusso come il caso Moro. Direi un passaggio dalla passione civile all’impegno scientifico.

Quali sono stati i cardini intorno a cui ha svolto il suo lavoro?
Come in ogni altro lavoro di ricerca, bisogna studiare la bibliografia e lavorare sui documenti. Ogni storia è un filo che prima si aggroviglia sempre più, come un gomitolo tanto grosso da risultare inestricabile; fino a quando si giunge a un punto di maturazione in cui ciò che prima si avviluppava comincia lentamente a distendersi. Ho provato a trattare questi materiali come fossero manoscritti del Seicento, in modo da impostare sui documenti delle interpretazioni, non il contrario. A me sembrava che il caso Moro, per come si è sviluppato, fosse uno strano gigante, con una testa interpretativa abnorme e delle gambe documentarie esili, persino fragili.

Il memoriale, dunque. Cos’è?
È un’opera aperta e composita formata, per un verso, dalle risposte che Moro diede ai suoi sequestratori durante l’interrogatorio, una sorta di “memoria difensiva”; una seconda parte, invece, ha un valore più testamentario, in cui Moro affida alla carta alcune riflessioni che riguardano la propria storia politica, la propria vicenda umana, nel tentativo, avendo compreso d’essere giunto alle sue ore ultime, di fornire un bilancio della sua vita. Queste due parti compongono un testo che a sua volta va collocato all’interno dei cosiddetti “scritti dalla prigionia di Moro”, visto che oltre al memoriale furono scritte più o meno un centinaio di lettere, di cui solo una piccola parte vennero distribuite dalle Brigate rosse, le altre censurate.

Perché questo documento è così importante?
Da un lato per l’eccezionalità del luogo in cui viene scritto, dall’altro per l’importanza del suo autore: Moro era un uomo politico che aveva attraversato da protagonista la storia dell’Italia repubblicana. Per queste due ragioni, esso si trasforma in un viaggio all’interno delle dinamiche del funzionamento del potere italiano. Naturalmente, accanto al testo ci sono una serie di storie che si dipanano: forse la più affascinante riguarda i modi con cui il memoriale venne ritrovato, in due momenti diversi – dal momento che un testo non è dato solo dal contenuto, ma anche dalle modalità della sua ricezione.

Ecco, qui inizia a ingarbugliarsi, il gomitolo. Ottobre 1978: il nucleo antiterrorismo guidato dal generale Dalla Chiesa scopre il covo di via Monte Nevoso a Milano e rinviene parte degli scritti di Moro. Nel 1990, invece, durante dei lavori nello stesso appartamento finalmente dissequestrato, un operaio rinviene casualmente altri scritti, inediti.
In realtà, le modalità di ricezione sono tre. Durante il sequestro, le Br consegnano lo scritto, originale, su Taviani (parlamentare democristiano, più volte ministro, ndr). In seguito, i due ritrovamenti. Ma prima bisogna sottolineare un punto importante: le Br, malgrado avessero scritto durante i 55 giorni – quando erano libere e forti – che i risultati dell’interrogatorio di Moro sarebbero stati resi all’opinione pubblica, in seguito preferirono non farlo. Perché questa scelta? Le spiegazioni dei brigatisti non sono soddisfacenti. Dicono: “non comprendevamo ciò che era scritto”; oppure “ciò che era scritto non era importante”. Ma uno o non comprende; oppure, per poter giudicare inutile la cosa, comprende. Il problema è che durante il sequestro mostrarono di capire benissimo ciò che Moro stava dicendo. La scelta di divulgare lo scritto su Taviani è molto oculata sul piano strategico: egli era stato tra i fondatori di Gladio, e spedire un testo a lui indirizzato significava attivare al massimo il potenziale destabilizzante del sequestro. L’opinione pubblica non capiva perché Moro se la prendesse con Taviani, ma il messaggio era indirizzato a un ristretto numero di persone che ben sapevano quale fosse stato il ruolo di Taviani nella storia italiana. Ancora: le Br sostengono di aver distrutto gli scritti originali. Ma non riescono a dire né dove, né quando. E poi: per quale ragione distruggere gli originali e custodire delle fotocopie?

E infatti, dopo il primo ritrovamento del ‘78, trattandosi di dattiloscritti non firmati, governo e commentatori ebbero buon gioco a sostenere – come durante il sequestro – che non si trattava del pensiero di Moro, o che scrivesse sotto dettatura.
Già: è soltanto nel 1990, quando vengono ritrovate le fotocopie dei manoscritti, che l’evidenza si fa chiara. Ma intanto sono passati dodici anni, e il mondo è cambiato. Ripeto: un testo non è solo il suo contenuto; le potenzialità minatorie di un documento sono anche relative alle sue forme di trasmissione. Un dattiloscritto, anche se ha dei contenuti tremendi, è inoffensivo. Un manoscritto in fotocopia ha una possibilità destabilizzante molto più ampia.

A questo proposito, due personaggi si sono battuti (praticamente fino alla morte) per ritrovare gli originali: il generale Dalla Chiesa e il giornalista Pecorelli. Quali sono gli obiettivi che animavano la loro ricerca?
Credo di aver provato che il nucleo di carabinieri dell’antiterrorismo guidati da Dalla Chiesa abbia ritrovato, nel ’78, una copia di dattiloscritti più ampia di quella poi ufficialmente consegnata al governo. Di questo fatto Pecorelli ne fu informato. Ritengo che Dalla Chiesa volesse tenere per sé questi materiali in modo da esercitare una pressione sul governo, in particolare sul presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Egli era convinto, e lo era perché era stato per tanti anni responsabile delle carceri in cui aveva sviluppato delle tecniche molto raffinate di intercettazione tra i detenuti, che la corrente di Andreotti in Sicilia fosse collusa con la mafia. Era una convinzione crescente, testimoniata da Dalla Chiesa in diversi colloqui, e credo sia la ragione fondamentale che muove la sua azione in questa fase. Una funzione di battaglia civile in cui le ragioni di servizio allo Stato, come militare, sono preminenti. E sia Dalla Chiesa, sia Varisco, ebbero incontri – testimoniati –  con Pecorelli, di cui si servirono affinché tutto ciò trapelasse.

Eppure, Dalla Chiesa da un certo momento in poi sa di avere un’arma spuntata: soltanto i dattiloscritti non firmati.
Sì, ritengo che le carte “scoperte” nel 1990 fossero già state rinvenute. Non dal nucleo di Dalla Chiesa, come fu detto dopo la morte del generale quando non poteva difendersi dall’accusa, bensì da una “cordata” di carabinieri, legati alla Pastrengo di Milano, rivali del nucleo antiterrorismo, i cui vertici, avremmo scoperto nel 1981, comparivano nella lista dei presunti iscritti alla P2. I documenti furono verosimilmente rinvenuti nella seconda metà di ottobre del ’78, dopo che questo gruppo di carabinieri, a partire dal 5 ottobre, allontanò dal covo – con minaccia di carcerazione – il nucleo di Dalla Chiesa, rivendicando la propria competenza territoriale sull’operazione; quelle carte vennero esaminate, censurate e infine ricollocate al loro posto, dal momento che erano fotocopie e non originali. Abbiamo quindi due mani censorie, che agiscono autonomamente l’una dall’altra. Una è quella del nucleo dell’antiterrorismo, l’altra della Pastrengo e dei servizi segreti del Sismi allora guidati dal generale dei carabinieri Santovito, anche lui fra i presunti iscritti alla P2.

Come è giunto a queste conclusioni?
Ho individuato prove sia logiche che di contesto. Ad esempio: tra il ’78 e il ’90 molte persone – politici, giornalisti, brigatisti – invitarono la magistratura a compiere una nuova perquisizione nel covo milanese, sostenendo che lì ci fossero altre carte sfuggite alla prima perquisizione; appelli rimasti inascoltati. Anche ammettendo che le resistenze della magistratura fossero condivisibili, le pare credibile che forze di polizia o dei servizi non avrebbero trovato un modo “informale” per verificare quanto sostenuto pubblicamente da brigatisti come Bonisoli o parlamentari come Sergio Flamigni? Le perizie fatte sul pannello dimostrano con certezza che dopo il 1981 questo non fu fatto; è chiaro che una nuova perquisizione non si rese necessaria perché evidentemente… era già stata svolta, da chi di dovere, a suo tempo. Ma è soprattutto l’ordine con cui le carte furono rinvenute nel 1990 a mostrare quanto sostengo. Esso rispecchia una conoscenza dell’argomento impossibile al momento dell’arresto dei brigatisti, il 1° ottobre 1978.  Doveva certamente essere successivo al 18 ottobre 1978, quando il governo italiano divulgò una parte dei dattiloscritti rivenuti dal nucleo di Dalla Chiesa. Le fotocopie dei manoscritti corrispondenti a quelli divulgati erano raggruppate insieme in sequenza progressiva, un’operazione che certo non avrebbero potuto fare i brigatisti arrestati, ma una mano esterna che dopo il 18 lavorò su quelle fotocopie e poi le rimise dentro l’intercapedine, per non esporsi al possibile ricatto di chi era in possesso di altre riproduzioni.

La sua tesi, inoltre, è che esistano brani del memoriale che sono inediti ancora oggi: su cosa basa questa idea?Ho applicato un metodo utilizzato da Carlo Ginzburg nei suoi studi: quello del paradigma indiziario. Non ci sono prove, ci sono indizi, c’è una assenza. Si può fare la storia di un’assenza? Sì, ci si può e ci si deve almeno provare, ma è un tentativo rischioso in cui si stressano al massimo i limiti della propria disciplina, muovendosi su un crinale molto delicato. Dunque, sostengo che sia esistito un ur-memoriale, per usare un termine filologico, frutto di queste due mani censorie di cui si parlava prima. Mani autonome ma legate dalla stessa mentalità militare e che dunque hanno prevalentemente coinciso, ma – proprio perché diverse – non del tutto. Una serie di testimoni oculari hanno dato prova di aver letto queste parti sconosciute o di essere stati informati del loro contenuto. Inoltre, nel memoriale non trovano riscontro una serie di rimandi presenti nel testo, e molte pagine sono troncate. Ho individuato alcune di queste parti mancanti: la fuga di Kappler, il golpe Borghese, il conflitto tra Olp e Mossad in Italia…

Tutti temi che ancora nel 1990 erano molto scottanti, mentre il governo invece rese pubblica l’esistenza di Gladio.
Gladio in questa vicenda svolge una funzione da “parafulmine”. Queste questioni a cui accennavo prima, invece, avevano una portata destabilizzante sul piano nazionale e internazionale più ampia. Subentra inoltre l’incrocio di due moventi molto utili per comprendere i meccanismi storici: la reputazione personale e la tutela della sicurezza dello Stato. Non bisogna dimenticare che nel ’78 c’erano dei processi in corso. Come quello sul golpe Borghese, per cui erano stati condannati nel luglio 1978 i vertici dei servizi segreti per associazione sovversiva, in seguito assolti.

Garante politico di tutti questi “movimenti” sembra essere stato Giulio Andreotti.
Per una semplice ragione: è il presidente del Consiglio, sia nel ’78 che nel ’90. Su di lui ricade il peso di una responsabilità esecutiva e la facoltà di compiere o meno delle azioni.

Leggendo il suo libro, mi pare che lei abbia apprezzato il ritratto che ne ha fatto Sorrentino nel film Il Divo, sbaglio?
È vero, è un film che mi è piaciuto tanto; l’ho visto quando stavo ragionando intorno a questo libro, e quando l’ho finito mi sono reso conto che avevo “rubato” a Sorrentino alcune suggestioni. Andreotti è uno dei protagonisti di questo libro. Trovo sbagliato ridurre l’importanza che egli ha avuto nella storia repubblicana alla dimensione giudiziaria e ai rapporti della sua corrente siciliana con la mafia. È una figura molto complessa, in equilibrio sul crinale dell’antifascismo e dell’anticomunismo senza appartenere fino in fondo a nessuno dei due, che si è voltata ora da una parte ora dall’altra per mantenere e ribadire il proprio potere e quello della sua corrente in seno alla Dc, garante – come un sensore molto sensibile – degli equilibri italiani in ambito internazionale, in grado di rivelare il punto oltre il quale la nostra autonomia e originalità non poteva spingersi.

Sia in questo saggio, come in quello che accompagna le lettere di Moro, lei affianca all’indagine scientifica una serie di rimandi letterari, dosati peraltro con parsimonia; perché questa scelta, poco convenzionale per uno storico?
Penso che la storia sia una disciplina flessibile e che debba essere capace di fare suo tutto ciò che è vivo e rimetterlo in gioco. Ci sono testi letterari in grado di cogliere meglio quello che uno studioso vuole esprimere, come anche suggestioni personali che mi piace mettere in cortocircuito con fatti storici. Penso alla domenica bestiale in via Monte Nevoso, nel ’78: avevo nelle orecchie le note di Fabio Concato. Mentre scrivevo mi dicevo “è proprio quella Milano lì”. Per quanto riguarda la letteratura, invece, quando descrivevo la fine di Dalla Chiesa, mi tornavano alla mente le parole di Verga sugli sconfitti  dal fiume della storia nell’introduzione dei Malavoglia. È come mettere in contatto due fili elettrici: la polarità storica e quella letteraria.

Il suo libro affronta anche il tema del rapporto tra stampa e politica: crede che ci sia un rapporto di sudditanza della prima nei riguardi della seconda?
Le storie di cui parlo sono diverse e riscontro, più che una sudditanza, un interesse a interagire con il potere. Un’idea cardine del mio lavoro è questa distinzione tra potere e politica. Per quale ragione in Italia la politica è debole e il potere è forte? È un potere magmatico e pervasivo nei suoi intrecci, difficile da leggere. La politica è solo uno degli aspetti in cui si esprime il potere, anzi è forse il più fragile perché vincolato dal principio della rappresentanza e dell’elezione. Il potere italiano è un meccanismo molto più complesso: magistrati, militari, servizi segreti, burocrazia, massoneria, uomini di Chiesa, giornalisti che trae forza dall’intreccio che ne risulta. Se devo trovare un’idea comune che caratterizza il giornalismo italiano – ma non solo, anche il mondo degli intellettuali e dei professori – è una forte militanza che spesso assume le forme opportunistiche dell’apparente terziarietà o dell’indifferentismo politico e civile, ma anche del moralismo utili a nascondere saldissimi pregiudizi e partigianerie.

C’è un aspetto che in questa vicenda – se vuole non da storico, ma da cittadino – la ha indignata?
La sensazione che Moro sia stato lasciato morire. Questo non vuol dire che era facile salvarlo o che ciò sia avvenuto scientemente: questo significherebbe de-responsabilizzare le Br, che hanno compiuto la strage di via Fani e rivendicato il suo assassinio. Stupisce però come una serie di apparati siano diventati improvvisamente efficienti subito dopo la morte di Moro e si ha il sentore di una sorta di inadeguatezza complessiva che rivela una terribile debolezza del sistema italiano, diviso in cricche e fazioni, afflitto da una cronica mancanza di fiducia reciproca che la vicenda Moro ha rivelato in tutta la sua potenza corrosiva. A indignare è inoltre il massacro che Moro ha subito sul piano della rispettabilità politica e umana durante il sequestro e dopo l’assassinio. Pasolini scrisse – anticipando la sua scomparsa, in una poesia del ’64 – “muoio e anche questo mi nuoce”. In questo c’è una forte analogia tra la morte di Moro e quella di Pasolini: entrambe, a causa delle modalità con cui sono avvenute, hanno nuociuto alla personalità delle vittime. Se c’è un compito che mi sono dato nella mia ricerca è stato quello di riscattare Moro, spiegare il senso della sua disperata battaglia. In una delle pagine finali del libro me lo lascio scappare: scrivo “Moro, il prigioniero liberato”. Ho voluto liberare Moro sul piano della riflessione politica, della moralità, del civismo e restituirlo al dibattito pubblico italiano non in modo agiografico, ma criticamente avvertito. Non sta a me dire se ci sono riuscito, ma sono certo di averci provato per realizzare questo obiettivo che non è solo storico e scientifico, ma anche politico e civile.

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Miei prodi. Metodo Migliore.

Ascoltando Steely Dan, Do it again.

Il 19 aprile 2013 si tennero il terzo e il quarto scrutinio per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Una concitata assemblea di grandi elettori democratici aveva incoronato Romano Prodi, con un movimento storico che sembrava ricordare gli ultimi decenni dell’Impero romano – quando gruppi di centurioni sbandati acclamavano il loro imperatore, senza riuscire a imporlo sul resto dell’esercito.

Così avvenne quel primo pomeriggio d’aprile: Romano Prodi si fermò a 395 voti, impallinato da un gruppo di franchi tiratori; e bastava contare il numero a cui questi ultimi ammontavano (furono 101, come i dalmata della disneyana carica) per capire che se è vero che la storia si ripete sempre due volte, s’era ben oltre la farsa.

Partì dunque la caccia al traditore. Gli elettori di Sel s’affrettarono a schivare l’accusa: il capogruppo Gennaro Migliore, che di lì a qualche mese si sarebbe iscritto al Pd, spiegò che i loro voti erano cifrati: scrissero “R.Prodi” sulla scheda, per contarsi. Tra i nomi scritti su quegli alibi bianchi comparivano quelli di Vittorio Prodi, fratello di Romano, e di un Massimo Prodi – veramente geniale.

Tra qualche settimana, con le dimissioni del presidente Giorgio Napolitano, il Parlamento si ritroverà a contare. Il metodo Migliore, soprattutto nel caso venga riproposto il nome di Romano Prodi, potrebbe tornare utile – considerando lo sfilacciamento interno dei partiti. Ad esempio, si potrebbe fare che:

I renziani scrivano “Prodi Romano”
Scelta civica “Romano Prodi”
Sel, con i civatiani, riproponga “R.Prodi”
Gli ex-M5S “Prodi R.”
I bersaniani “Prodi”
I dalemiani, infine, “PRRRodi”.

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Stili intramontabili.

Ascoltando Brian Eno, I’ll Come running.

“Si può osservare che la cronaca giudiziaria dei grandi giornali è redatta come perpetuo Mille e una notte concepito secondo gli schemi del romanzo d’appendice. C’è la stessa varietà di schemi sentimentali e di motivi: la tragedia, il dramma frenetico, l’intrigo abile e intelligente, la farsa. Il Corriere della Sera non pubblica romanzi d’appendice: ma la sua pagina giudiziaria ne ha tutte le attrattive, con in più la nozione, sempre presente, che si tratta di fatti veri”.
Antonio Gramsci, Quaderno otto, nota 147.

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Apocalittici dell’assurdo.

Adesso chiedono all’attuale (odiato) presidente della Repubblica “dove fosse” mentre l’Italia “affondava nel fango”. Questo perché notoriamente nel 1978-1985, sotto il Presidente Più Amato Dagli Italiani, l’Italia era una nazione in cui la legalità, la trasparenza e l’onestà nella classe politica erano egemoni.
Sono in Parlamento ma ancora non hanno capito le funzioni, i poteri e le responsabilità dei presidenti della Repubblica.

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